La Chiesa cattolica, i suoi scismi e le Chiese ortodosse

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Venerdì 20 novembre 2009

La Chiesa cattolica, i suoi scismi e le Chiese ortodosse

1. Dal punto di vista statistico, la Chiesa cattolica è la maggiore denominazione religiosa organizzata del mondo, e le stime aggiornate al 2000 le attribuiscono 1 miliardo e 56 milioni di fedeli secondo l’esperto di statistiche religiose statunitense David Barrett, 1 miliardo e 86 milioni secondo i dati aggiornati al 31 gennaio 2005 e diffusi dalla Santa Sede, dei quali – stando a quest’ultima fonte – il 49,8% nel continente americano, il 25,8% in Europa, il 13,2% in Africa, il 10,4%  in Asia e lo 0,8% in Oceania (nel mondo i sacerdoti sono 405.450 e, a partire dal 2004, sono stati nominati 171 nuovi vescovi oltre i 4.449 già esistenti).

2. Storicamente, il protestantesimo e l’ortodossia possono essere considerati come branche diverse e separate del cristianesimo.

3. Per “scismi” della Chiesa cattolica intendiamo, in questa sede, fenomeni di origine più recente e certamente non protestanti, che si sono prodotti contestando alcuni aspetti particolari del cattolicesimo.

| Di origine giansenista e settecentesco, il movimento vetero-cattolico dell’Unione di Utrecht si è organizzato intorno al rifiuto del Concilio Vaticano I, e in particolare del dogma dell’infallibilità del Papa, proclamato nel dicembre 1869. Vi hanno via via aderito “Chiese nazionali” che hanno inteso affermare anche una loro specificità nazionale ed etnica, rifiutando la direzione centralizzata e internazionale della Santa Sede. Le principali denominazioni di questo secondo tipo sono la Chiesa Nazionale Cattolica Polacca – fondata tra i polacchi degli Stati Uniti (che contestavano la prevalenza del clero e dei vescovi di origine irlandese) da Francis Hodur (1866-1953), nel 1898, e oggi diffusa anche in Polonia – e la Chiesa Filippina Indipendente, creata da Gregorio Aglipay (1860-1940) nel contesto della lotta per l’indipendenza delle Filippine, che la gerarchia cattolica era accusata di non sostenere.

| Se l’Unione di Utrecht rifiuta il Concilio Vaticano I, un altro gruppo di scismi rifiuta il Concilio Ecumenico Vaticano II. Storicamente, un’attività scismatica di carattere anti-moderno e “reazionario” inizia con le vicende della Petite Église, nome attribuito a un gruppo di movimenti che rifiutano il concordato fra la Santa Sede e Napoleone I (1769-1821) del 1801 e la conseguente riorganizzazione delle Diocesi francesi. Dopo il 1801 nascono una quindicina di petites églises indipendenti in Francia e in Belgio; la maggioranza è successivamente riassorbita dalla Chiesa cattolica e oggi rimangono solo alcune branche con qualche migliaio di  fedeli in totale. Contrariamente a un’opinione diffusa, questi “dissidenti” oggi non hanno in maggioranza idee politiche monarchiche, e rimangono nelle rispettive petites églises – nonostante periodici tentativi di riconciliazione promossi dalla gerarchia cattolica – per ragioni di fedeltà a una tradizione familiare, che li porta (non avendo voluto alcuna petite église cercare ordinazioni sacerdotali illecite) a vivere la loro fede in semplici riti officiati da laici incentrati sulla preghiera e la “comunione spirituale”. Dopo il Vaticano II, l’episodio più rilevante, su scala mondiale, è stato lo scisma del vescovo Marcel Lefebvre (1905-1991), che si è consumato nel 1988. Oltre monsignor Lefebvre – nella radicalità della rottura con Roma – si spingono altri gruppi “integralisti” o “sedevacantisti”, i quali (con spiegazioni teologiche piuttosto diverse fra loro) considerano la sede di Roma almeno formalmente e talora anche materialmente “vacante”, non riconoscendo la validità dei pontefici che avrebbero perduto la loro legittimità (o non l’avrebbero mai avuta) accettando riforme inammissibili e allontanandosi dalla verità cattolica. È possibile ancora un passo ulteriore: se la sede di Roma è “vacante”, occorre nominare un nuovo Papa, o radunando i rappresentanti del popolo cattolico “ancora fedele” ovvero seguendo una designazione “spirituale” per via di rivelazioni private che vengono direttamente dal Cielo. Non mancano così, dall’inizio del Concilio Vaticano II a oggi, un certo numero di personaggi che affermano di essere il “vero” Pontefice (e per i quali, collettivamente, si può resuscitare l’appellativo – frequente in epoche passate – di “antipapi”). Per la verità, fenomeni di questo genere – se pure hanno avuto una recrudescenza negli anni successivi al Vaticano II – non sono mai mancati nella storia della Chiesa. Per limitarci all’Italia, si possono citare nel XIX secolo (a partire dal 1842) il caso del parroco piemontese Francesco Antonio Grignaschi (1810-1883) – descritto nel romanzo di Lorenzo Mondo Il Messia è stanco (Garzanti, Milano 2000) – che dalla Valle Anzasca al Monferrato, circondato da diverse veggenti, si proclama messia e nuovo Cristo; e nel XX secolo la “Chiesa di Voltago”, sorta dopo la condanna nel 1950 di un’apparizione mariana e di una spiritualità mariano-millenaristica nata nell’Arcidiocesi di Milano, e dotatasi nel corso della sua effimera esistenza (una decina di anni) di incarnazioni del Cristo, della Madonna e anche di un pontefice.

| Il fenomeno delle rivelazioni private e delle apparizioni della Madonna, di Gesù e dei santi, è cresciuto considerevolmente grazie ad alcuni fattori che ne hanno favorito la diffusione: l’enfatizzazione dei mass media, l’aumento esponenziale delle pubblicazioni destinate a raccogliere le rivelazioni private e le testimonianze di miracoli, la fondazione di associazioni, enti e istituti religiosi finalizzati alla diffusione dei messaggi, l’itineranza dei veggenti che si spostano continuamente lungo la penisola. Quest’ultimo elemento può produrre effetti diversi: una sorta di “collegamento spirituale” fra diversi veggenti o, al contrario, la contrapposizione di veggenti che rivendicano unilateralmente l’“autenticità” dei messaggi ricevuti. Non è raro, inoltre, che sacerdoti cattolici accompagnino e sostengano pubblicamente l’autenticità dei messaggi prima che l’autorità ecclesiastica si sia pronunciata. Le rivelazioni private e le apparizioni della Madonna o di Gesù Cristo non riconosciute dall’autorità ecclesiastica sono numerosissime. Il mancato riconoscimento porta nella maggior parte dei casi a una semplice disobbedienza: si continua a frequentare il veggente o il luogo di apparizione non riconosciuto, nonostante gli ammonimenti ecclesiastici, ma non ci si separa formalmente da Roma né si introducono nuove dottrine. Qualche volta la rottura va oltre e nascono i fenomeni del cosiddetto “cattolicesimo di frangia”. In questi casi, in genere – ma non mancano eccezioni – i fedeli si considerano soggettivamente cattolici ancora in comunione con la Chiesa di Roma, ma quest’ultima – nelle sue varie articolazioni – mette in dubbio il permanere di tale comunione. Spesso è difficile dire se le realtà “cattoliche di frangia” siano ancora unite alla Chiesa di Roma, pienamente separate ovvero a metà di un guado. Alcuni casi sono chiari, altri si situano in una “zona grigia” difficile da valutare.

| Diverso rispetto agli “scismi” di origine cattolica e al “cattolicesimo di frangia” è anche il fenomeno dei “vescovi vaganti” e delle “piccole Chiese”, che non nascono – nella maggior parte dei casi – da un dissenso teologico chiaramente riconoscibile nella sua cornice dottrinale, ma piuttosto dalla ricerca di un episcopato “autonomo” da parte di singoli personaggi che riescono in genere a radunare un numero piuttosto modesto di seguaci, e che del resto vanno a cercare la loro legittimità non solo nel mondo cattolico, ma anche in quello ortodosso ovvero anglicano. Lo strano fenomeno dei “vaganti” nasce dalla dottrina prevalente nel mondo cattolico secondo cui un vescovo, anche separato dalla comunione con Roma, conserva la potestà di consacrare vescovi e ordinare sacerdoti. Tali vescovi e sacerdoti saranno consacrati e ordinati illecitamente, ma validamente; e ciascun vescovo consacrato illecitamente potrà a sua volta validamente (e illecitamente) consacrare altri vescovi e ordinare altri sacerdoti. I “vaganti”, come documentato da diversi specialisti, sono nel mondo diverse migliaia. Alcune catene risalgono al secolo scorso, altre sono di origine più recente. È difficile, naturalmente, dire con certezza se un “vagante” odierno, che si situa al termine di una di queste catene, sia stato consacrato validamente (dal punto di vista della teologia cattolica prevalente): è necessaria, infatti, la validità di ogni singolo passaggio della catena, e nel mondo dei “vaganti” non mancano irregolarità tali da escludere tale validità, come consacrazioni “per posta” e consacrazioni episcopali di donne (per definizione non solo illecite, ma anche invalide dal punto di vista cattolico). Quello che è certo è che per i “vaganti” la validità – potenzialmente suscettibile di essere riconosciuta dalla teologia cattolica – della loro consacrazione è un punto d’onore sostenuto con zelo e con calore. Dal punto di vista sociologico, i “vaganti” sono molto diversi fra loro. Alcuni sono semplici avventurieri, pronti a sfruttare la confusione del pubblico (che normalmente non distingue fra un “vagante” e un vescovo cattolico in comunione con Roma) a fini talora meramente utilitaristici (alcuni “vaganti” fanno commercio di ordinazioni sacerdotali, e talora anche di titoli cavallereschi e di diplomi universitari senza valore legale; due attività che sono diventate tipiche di una parte di questo mondo e che in alcuni paesi sono illegali, così che si legge talora che la polizia ha semplicemente arrestato un “falso vescovo”, anche se quando ci si trova di fronte a un “vagante” le cose sono in realtà più complesse). In altri casi, i “vaganti” sono figure romantiche che sognano di ricreare forme antiche e perdute di cristianesimo, spesso in perfetta buona fede. Di rado i “vaganti” danno luogo a veri e propri movimenti (in genere sono figure isolate) e quindi una loro catalogazione esula dagli scopi che qui ci si prefigge, salvo i casi – rari – in cui i “vaganti” riescono a radunare un effettivo seppur modesto seguito.

4. Le Chiese ortodosse - Il termine “ortodossia”, di origine greca, significa letteralmente “retta dottrina”. A questo significato primario la tradizione ecclesiale orientale ne aggiunge un secondo, complementare al primo, quello di “retta glorificazione”. I due significati esprimono la medesima realtà, cioè la professione della retta fede cristiana, sia essa formulata sul piano concettuale (dottrina) o celebrata nella liturgia della Chiesa (glorificazione). A partire dai primi secoli del cristianesimo il termine ortodossia è venuto a esprimere nel linguaggio della Chiesa l’adesione piena al messaggio evangelico originario di Gesù Cristo trasmesso dagli apostoli, senza aggiunte né amputazioni né mutazioni. In quanto fedeli a tale messaggio le Chiese definivano se stesse come ortodosse. Con il passare dei secoli e l’emergere di dissensi dottrinali all’interno della Chiesa, l’aggettivo “ortodossa” è diventata una sorta di qualifica ufficiale con cui alcune Chiese hanno definito se stesse rispetto ad altre, fino a divenire la qualifica identificante di una specifica confessione cristiana e della struttura ecclesiale corrispondente, che si autodefinisce come Chiesa ortodossa.

Essa rappresenta dunque storicamente una delle quattro grandi confessioni in cui il cristianesimo si è suddiviso, accanto al cattolicesimo, all’ortodossia orientale antica (pre-calcedonese) e al protestantesimo. La Chiesa ortodossa è costituita, in effetti, da un insieme di Chiese autonome che si riconoscono in comunione reciproca, condividendo la medesima fede e tradizione. Essa si autodefinisce come Chiesa specifica rivendicando la sua piena adesione alla tradizione cristiana delle origini, volendo con questo distinguersi sia dalle Chiese orientali ortodosse pre-calcedonesi, sia dal cristianesimo occidentale, rappresentato dalla Chiesa cattolica e dal protestantesimo. Dal punto di vista della comunione ecclesiale, le Chiese cristiane d’Oriente (escluse quelle cattoliche orientali, e qualche piccola realtà affiliata al mondo anglicano e protestante) si possono suddividere in tre categorie:

a.Le Chiese ortodosse calcedoniane, che costituiscono la realtà più comunemente nota con il nome di “Chiesa ortodossa”, appaiono come una famiglia di Chiese indipendenti: gli antichi patriarcati di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria e Costantinopoli, altre Chiese patriarcali di più recente fondazione, e diverse altre Chiese dotate di autocefalia (diritto all’elezione del proprio capo) o di autonomia (diritto all’autogoverno). Il principio è che ogni popolo o nazione indipendente possa sviluppare nel tempo la propria Chiesa locale. Pur nel rispetto di tali autonomie – che talvolta crea problemi di sovrapposizione giurisdizionale nei casi della diaspora ortodossa in Occidente –, queste Chiese sono riunite in una comunione molto omogenea di dottrina e tradizione.

b.Le Chiese ortodosse non calcedoniane, o antico-orientali. Questa è una famiglia di Chiese piuttosto estesa geograficamente (dall’Armenia all’Africa orientale all’India del Sud), che forma una comunione abbastanza eterogenea quanto a usi cultuali e particolarità tradizionali. Storicamente, queste Chiese si pongono al di fuori dei confini dell’antico Impero Romano d’Oriente, di cui rifiutarono le formulazioni di fede cristologica in seguito al Concilio di Calcedonia, del 451.

c.La Chiesa Assira dell’Est, comunemente detta “nestoriana”, un tempo la Chiesa più diffusa nel mondo, con presenze estese fino in Cina. Separata da tutte le altre Chiese cristiane (a differenza delle altre Chiese non calcedoniane, non accetta neppure il Concilio di Efeso del 431), ridotta a circa 250.000 persone, vive oggi una precaria esistenza in Iran e Irak, una esigua minoranza dell’India meridionale cristiana, e numerosi luoghi della diaspora in Occidente, soprattutto negli Stati Uniti (un’esigua presenza di tale Chiesa era registrata in Piemonte fino al 2005, ma i responsabili sono rientrati in comunione con la Chiesa cattolica).

La separazione fra Oriente e Occidente cristiano, segnata da secoli di progressivo estraniamento al termine del primo millennio, si è venuta consumando definitivamente nel 1054. Da quella data, molti sono stati i tentativi operati dal cristianesimo occidentale di riunificarsi a una sua controparte che non ha conosciuto processi di umanesimo e di riforma, di razionalismo e di illuminismo, e neppure – almeno nell’intimo della propria vita ecclesiale – di secolarizzazione. Non sempre i tentativi di riunificazione sono stati condotti in modo felice o corretto da ambo le parti, e le difficoltà di arrivare a un accordo su punti dottrinali controversi sono aggravate dai problemi legati al cosiddetto “uniatismo”. Anche se non mancano gesti di buona volontà da entrambe le parti, il cammino di riavvicinamento fra Oriente e Occidente cristiano è molto più delicato e complesso di quanto si pensi. Il massimalismo con cui le Chiese cristiane d’Oriente trattano la propria fede e tradizione non permette approcci “a mezza strada”, e ogni tentativo di compromesso aumenta le fratture e i dolori all’interno di un mondo già provato da secoli di persecuzioni e tormenti.

Una stima realistica valuta gli ortodossi nel mondo intorno ai 230.000.000, dei quali circa un quinto proverrebbe dalle Chiese non calcedoniane. Una grande incognita è costituita dalla percentuale di fedeli ortodossi dell’ex-Unione Sovietica, in cui oltre un decennio di ricostruzione delle attività ecclesiali non ha ancora portato a un quadro sociografico definitivo.

Molti sono i punti dottrinali su cui si è consumato un distacco fra l’Oriente e l’Occidente cristiano: tra questi si menzionano spesso la disputa sul Filioque (l’aggiunta della clausola “e dal Figlio”, dopo avere affermato che lo Spirito Santo “procede dal Padre”, nel Credo niceno-costantinopolitano), la natura della grazia increata e la dottrina cattolico-romana del Purgatorio; dal punto di vista della prassi sacramentale e cultuale, le differenze sono poi una grande quantità, e spesso molto appariscenti fin da una prima esperienza. Alla base di tali punti di conflitto occorre notare un approccio diverso alla natura stessa della tradizione, all’interpretazione dell’esercizio dell’autorità, al ruolo e all’importanza tradizionale dei Padri della Chiesa e ai criteri di ottenimento di un consenso sulle verità della fede