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La leggenda della vera Croce"

 Gli affreschi che illustrano la leggenda della vera croce , nella chiesa di san Francesco ad Arezzo, hanno rischiato di scomparire a causa del l'incuria e di maldestri restauri. L'ultimo, appena concluso, ha risolta il problema della solfatazione, salvando la superstite superficie dipinta ed evidenziando l'eccellente tecnica mista (affresco, tempera, olio) usata da Piero della Francesca per ottenere effetti di eccezionale morbidezza e luminosità nei colori, ancora in parte visibili.  Anche se lacunoso, questo risulta ancora uno dei maggiori capolavori della pittura europea, l'opera che esprime appieno cultura e aspirazioni del primo Rinascimento. Realizzata fra il 1452 e il '63, riflette le inquietudini e le speranze di quel periodo, quando Costantinopoli viene presa dai Turchi (1453), gli stati italiani firmano la pace di Lodi ('54 ) assicurandosi anni di relativa pace sotto l'egida di Lorenzo de' Media ci, e l'arte nuova del Rinascimento conquista la Penisola, rinnovando il linguaggio figurativo e la visione del mondo.  La decorazione della 'cappella maggiore', fu pagata dalla famiglia Medici in cambio del privilegio di seppellirvi i propri mèmbri; l'incarico fu affidato all'anziano Bicci di Lorenzo, fiorentino, che decorò l'arco d'ingresso; morto nel '52, gli subentra Piero della Francesca, che lavora, con qualche interruzione, fino al '63/65 (non ci sono documenti certi sulle date).  Il tema della Croce si collega anzitutto alla vita di san Francesco che ricevendo le stigmate:ebbe su di sé i segni della croce; esso inoltre si rifà all'origine del cristianesimo, evidenziando l'intervento divino nella storia umana, il valore della penitenza, dell'umiltà e della fede per assecondare la redenzione operata dal sacrificio di Cristo, e la necessità di vegliare e lottare per difendere la vera fede.  La narrazione che Piero svolge sulle pareti, partendo dall'angolo in alto a destra (come stabilito dalla consuetudine) è desunta dalla "legenda aurea", un testo scritto dal vescovo Jacopo da Varagine intorno  al 1265 che raccoglie una quantità  di storie e leggende 'sacre' elaborate  nel Medioevo.  Nella prima scena Adamo, vecchio di 900 anni, sente vicina la morte: a parte Abele, è il primo uomo a fare quest'esperienza; ammonisce quindi i figli, preparandoli all'evento. Ispirato da Dio e guidato da un angelo, il figlio Seth coglie un ramo dell'albero della vita dall'Eden e lo pian fa sul cadavere di Adamo, nel frattempo morto. Ne nasce uno splendido albero, che troneggia al centro della scena (purtroppo ha perduto : le foglie). Secoli dopo, Salomone, il più sapiente re d'Israele, rapito dalla bellezza di quest'albero, lo fa tagliare e lo utilizza per ornare il lem pio di Gerusalemme; il legno però ha la, stranezza di cambiare misura di continuo e Salomone, indispettito, lo toglie e lo getta come ponte sopra un fiume (questi particolari non sono riportati da Piero). Arriva da Saba la regina che, giunta al ponticello, ispirata da Dio, si prostra e adora il legno; è una delle scene meglio conservate in cui Piero accosta la solennità del gesto profetico della regina al particolare comico dei palafrenieri e del cavallo che 'ride' (a significare l'innocenza degli animi semplici che ignorano le pomposità della storia e però mandano  avanti la vita d'ogni giorno..); quindi la regina incontra Salomone,  ne riconosce la sapienza con un inchino e gli rivela che a quel legno sarebbe stato appeso uno che avrebbe posto fine al regno d'Israele. Salomone, ad onta della sua sapienza, non capisce la profezia, pretende  di cambiare il destino e fa gettare il legno in una pozza fetida. Col tempo, però, questa diventa miracolosa: la 'piscina probatica' di cui si parla anche nel Vangelo. A questo punto, Piero inserisce la scena dell' annunciazione (estranea alla leggenda); infatti essa rimanda all'incarnazione di Cristo e quindi al compimento della profezia non compresa da Salomone. Proprio allora il legno affogato torna a galla e sarà usato per fare la croce di Gesù: questo episodio non viene dipinto ma sostituito dal grande crocifisso pensile al centro della cappella, che diventa così parte integrante della narrazione. Dopo la crocefissione, i discepoli di Cristo seppelliscono ancora la croce per evitarne la distruzione; per secoli non se ne sa più nulla... finché 1'imperatore Costantino ha in sogno una visione; dal cielo un essere di luce gli mostra una croce dicendo 'in hoc signo vinces' (vincerai in nome di questo simbolo ). Costantino adotta l'insegna della croce nella battaglia contro il rivale Massenzio a ponte Milvio, lo vince e subito pone fine alle persecuzioni anticristiane. Piero dipinge questa battaglia come una marcia sicura e trionfale contro un nemico vinto in partenza. A questo punto sì impone il ritrovamento della croce di Cristo, per tributarle il dovuto culto. Se ne incarica Elena, la madre devota di Costantino. Viene a sapere che a Gerusalemme un tal Giuda sa qualcosa ma non parla; lo fa calare in un pozzo perché rifletta bene e Giuda si convince a parlare: in realtà egli è un convertito cristiano, nipote di santo Stefano, e geloso custode del segreto della croce. Chiarita la cosa, si procede alla riesumazione: la sorpresa è che le croci sono tre (i due ladroni..). Bisogna verificare qual è quella di'Cristo: la resurrezione di un giova ne morto fornisce la certificazione. La scena con questi episodi è davvero splendida: le croci vengono estratte ai piedi di un colle coronato da una città murata: è Arezzo ripresa in uno scorcio che rimanda a quello di Gioito ad Assisi nell'episodio di san Francesco che scaccia i diavoli dalla città. Il richiamo è molto significativo e attualizzante Il miracolo invece è ambientato in uno spazio cittadino, perfettamente rinascimentale. Ma le vicende avventurose della croce non finiscono. Cosroe, re di Persia, ruba la croce; pensa di appropriarsi dei suoi poteri e diventare così veramente un dio in terra. L'imperatore Eraclio lo affronta in battaglia (il fatto è storico: avvenne nell'estate del 628), vince e fa prigioniero Cosroe ponendo fine con la condanna a morte alla sua folle pretesa di essere adorato come dio. Questa battaglia è. raffigurata come violenta e convulsa: le varie fasi sono scandite dai vessilli che sventolando nel cielo marcano l'avanzata di Eraclio, la djsfatta di Cosroe, fino all'atto finale: l'uccisione del figlio dell'eretico con un colpo alla gola, quindi la cattura e la condanna di Cosroe. Così la 'vera Croce' torna a Gerusalemme, accolta dal popolo festante; la storia si conclude in alto a sinistra, di fronte alla scena d'inizio.  Seguendo liberamente la narrazione di Jacopo da Varagine, Piero mette in'rilievo gli aspetti legati alla pietà, alla sofferenza e all'umiltà (da Adamo alla regina di Saba, dagli artigiani ignari ma solleciti al popolo generoso) contrapposti all'arroganza, alla prevaricazione alla presunzione (da Salomone a Massenzio a Cosroe..) dando con ciò alla pia leggenda un significato ed un valore sempre attuale.